“Le biblioteche non sono i musei del libro”.

Questa frase di don Roberto Sardelli spiega benissimo lo spirito con cui dovremmo affrontare lo spazio bibliotecario comunale, per provare a renderlo adeguato alla sfida della modernità.

Se la cultura e l’accesso alla conoscenza sono concetti base per affrontare le disuguaglianze della società la biblioteca ne assume  un ruolo centrale. Una politica innovativa deve essere capace di sostenere lo sviluppo umano e culturale delle persone.
Le biblioteche sono sempre più determinanti nelle politiche sociali che puntano a creare realtà inclusive.

Ma nell’era digitale le biblioteche hanno ancora una loro ragione di esistere?

La risposta è banale ma è sì. Ma la loro esistenza deve necessariamente essere ripensata e integrata in un sistema culturale ben strutturato. Proviamo tracciare delle linee guida.

1 Lo spazio

Per qualche strano motivo si è scelto, anni fa, di posizionare la biblioteca comunale in una struttura limitata, si sarebbe potuto optare per l’ex caserma dei carabinieri. Una realtà come la biblioteca ha la tendenza a crescere e per questo la dimensione è fondamentale.
Sarebbe utile iniziare a pensare ad un trasloco. Le realtà ora ospitate nell’ex caserma possono tranquillamente riconfigurarsi in spazi più piccoli.

2 Personale

Può sembrare banale, ma il personale di una biblioteca deve essere formato, non basta più registrare un prestito librario, le biblioteche hanno la necessità di diventare enti dinamici pronti a rispondere alle nuove esigenze del tessuto sociale.

3 Rigenerazione

Nell’era digitale e di molteplici possibilità di accesso alla conoscenza sembra strano parlare ancora di un luogo dal sapore di antico come la biblioteca, ebbene sembra che questo luogo non sia mai morto. I dati degli ultimi dieci anni ci indicano un nuovo vigore per questi luoghi, a patto che abbiano la capacità di rigenerarsi.

Con il passare del tempo le città o grandi agglomerati urbani hanno sentito la necessità di riqualificare, fino a farle ex novo, le biblioteche lo spirito che ha guidato questa operazione è sempre stato il seguente: spazi più grandi e al centro del paese, maggiore specializzazione delle opere, progetti ad alta inclusione sociale.

Maggiore specializzazione delle opere

Non è più pensabile avere uno spazio bibliotecario generalista, bisogna essere in grado di intercettare “la coda lunga”*  della domanda e fare una scelta di campo. Le piccole biblioteche, come quella F. De Andrè di Pontecorvo, non potranno mai competere con le realtà delle città più grandi se rimango generaliste. Occorre quindi studiare una nicchia di riferimento e da lì ripartire. Avendo l’università a pochi chilometri da noi potremmo ripensarci in funzione di uno dei loro dipartimenti. Oppure in vista dell’apertura ufficiale dell’area archeologica di Aquinum si potrebbe pensare di caratterizzare la nostra biblioteca con testi legati all’archeologia e antropologia. E ancora la creare una realtà che tratti i libri per l’infanzia o specializzata in storia locale.

Queste sono solo una parte delle possibilità tematiche che la politica dovrebbe valutare per dare una direzione all’ente biblioteca.

Maggiore inclusione sociale

Altra caratteristica delle nuove aree bibliotecarie è senza dubbio la possibilità di creare servizi diversi rispetto alla sua missione storica e cioè investire  in progetti a forte caratura inclusiva, come corsi di formazione, eventi collaborativi nati e gestiti da associazioni, giornate di letture di autori italiani e stranieri dove poter interagire con le varie rappresentanze degli stranieri presenti sul territorio.

Conclusioni

Lo scopo di una rigenerazione della biblioteca dovrebbe essere quello di radicare il servizio in modo che possa dialogare con tutta la valle del Liri, provando a rendere il nostro paese capofila nelle diverse iniziative culturali e formative.    

Per fare ciò non solo andrebbero affrontati i temi sopra elencati, ma la politica deve essere protagonista di scelte a lungo termine capaci di guardare al futuro.

*coda lunga: la capacità di intercettare o vendere prodotti specifici di una nicchia per un tempo maggiore rispetto ai prodotti o servizi di massa

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